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TEXT CACHED
Ah! madre mia,
per questo fine qui salvo e difeso
m'hai da l'armi e dal foco, acciò ch'io veggia
con gli occhi miei ne la mia casa stessa
i miei nimici e 'l mio padre e 'l mio figlio
e la mia donna crudelmente occisi
l'un nel sangue de l'altro? Mano a l'arme!
Chi mi dà l'armi? Ecco che 'l giorno estremo
a morte ne chiama.
Or mi date che 'l corpo omai componga,
che lavi la ferita, che raccolga
con le mie labbia il suo spirito estremo,
se piú spirto le resta».
Se da voi n'è dato
d'usar questa fortuna, e quest'onore
ne si fa di mandarne al nostro duce,
al Pallantèo n'andremo, e ne vedrete
assai tosto tornar carchi di spoglie
de gli avversari nostri, e tutti aspersi
del sangue loro.
E piú compíto onore
non aresti da me, Pallante mio,
di questo che 'l pietoso e magno Enea
e i suoi magni Troiani e i toschi duci
e tutte insieme le toscane genti
t'han procurato.
Ivi la dea di Turno a la sirocchia,
che dea de' laghi era e de' fiumi anch'ella,
disse cosí: «Ninfa, de' fiumi onore,
sovr'ogni ninfa a me gioconda e cara,
tu sai come te sola ho preferita,
e come volontier del cielo a parte
meco t'ho posta.
Allor Cassandra
la bocca aperse, e quale esser solea
verace sempre e non creduta mai,
l'estremo fine indarno ci predisse:
e noi di sacra e di festiva fronde
velammo i templi il dí, miseri noi,
che de' lieti dí nostri ultimo fue.
Cosí qui fosse il vostro re con voi!
cosí ci capitasse! Ma cercando
io manderò di lui fino a l'estremo
de' miei confini la riviera tutta,
se per sorte gittato in queste spiagge
per selve errando o per cittadi andasse».
La tempesta, i fati,
e la ruina che ne' campi idèi
venne di Grecia, onde l'Europa e l'Asia
e 'l mondo tutto sottosopra andonne,
cui non è conta? chi sí lunge è posto
da noi, che non l'udisse? o che da l'acque
de l'estremo Oceàno, o che dal foco
de la torrida zona sia diviso
da la nostra notizia? Il nostro affanno
tal fece intorno a sé diluvio e moto,
che scosse ed allagò la terra tutta.
In su' ripari
ancor le donne (che le donne ancora
il vero della patria amore infiamma),
come giunte a l'estremo, allor che morta
vider Camilla, il femminil timore
volgono in sicurezza, e sassi e dardi
lanciando, e con aguzzi, inarsicciati
pali il ferro imitando, osano anch'elle
per la difesa delle patrie mura
gir le prime a morir morte onorata.
Poscia, la strada al gran dolore aperta,
cosí proruppe: «O mio Pallante, e queste
fûr le promesse tue, quando partendo
il tuo padre lasciasti? In questa guisa
d'esser guardingo e cauto mi dicesti
ne' perigli di Marte? Ah! ben sapeva,
ben sapev'io quanto ne l'armi prime
fosse, in cor generoso, ardente e dolce
il desio de la gloria e de l'onore.
A ciò fremendo
assentirono i Teucri; e già co' gridi
de l'onor lo facean degno e del dono;
quando verso d'Entello il vecchio Aceste,
sí com'egli era in un cespuglio a canto,
si volse: e rampognando: «Ah, - disse - Entello,
tu sei pur fra gli eroi de' nostri tempi
il piú noto e 'l piú forte; e come soffri
ch'un sí gradito pregio or ti si tolga
senza contesa? Adunque è stato invano
fin qui da noi rammemorato e cólto
Èrice, in ciò nostro maestro e dio?
Ov'è la fama tua che ancor si spande
per la Trinacria tutta? Ove son tante
appese a i palchi tue famose spoglie?» Rispose Entello: «Né disio d'onore,
né vaghezza di gloria unqua, signore,
mi lasciâr mai, né mai viltà mi prese;
ma l'incarco de gli anni, il freddo sangue,
e la scemata mia destrezza e forza
mi ritraggono addietro.
Ei, come pria poteo
formar parola, in tal guisa rispose:
«Nulla per conto mio di me ti caglia,
signor benigno: anzi, ti prego, in grado
prendi ch'io per la lode e per l'onore
patteggi con la morte.
Quelli caccia lo sdegno e la vergogna
di non tener il conseguito onore,
ché la gloria antepongono a la vita;
questi il successo inanima e la speme
di ciò poter; poich'altrui par che possano.
Il vecchio Anchise
ebbe anch'egli i suoi doni: ebber poi tutti
cavalli e guide; e fu di remi e d'armi
ciascun legno provvisto; e perché 'l vento
che secondo feria, non punto indarno
spirasse, ordine avea di sciôr le vele
già dato Anchise, a cui con molto onore
si fece Eleno avanti, e cosí disse: "O ben degno a cui fosse amica e sposo
la gran madre d'Amore: o de' celesti
sovrana cura, ch'a l'eccidio avanzi
già due volte di Troia, eccoti a vista
giunto d'Italia.
Non tante foglie ne l'estremo autunno
per le selve cader, non tanti augelli
si veggon d'alto mar calarsi a terra,
quando il freddo li caccia ai liti aprichi,
quanti eran questi.
Né 'l vide pria, che gli fu sopra, e disse: «Tu te ne stai sí neghittosamente,
Enea, servo d'amor, ligio di donna,
a fondar l'altrui regno; e 'l tuo non curi?
A te mi manda il regnator celeste,
ch'io ti dica 'n sua vece: "Che pensiero,
che studio è il tuo? con che speranza indugi
in queste parti? Se 'l tuo proprio onore,
se la propria grandezza non ti spinge;
ché non miri a' tuoi posteri, al destino,
a la speranza del tuo figlio Iulo,
a cui si deve il glorïoso impero
de l'Italia e di Roma?"» E piú non disse,
né piú risposta attese; anzi dicendo,
uscio d'umana forma, e dileguossi.
Cosí dicendo, un tanto disonore
in sé sdegnando, e di se stesso fuori,
strani, diversi e torbidi pensieri
si volgea per la mente, o con la spada
passarsi il petto, o traboccarsi in mezzo,
sí com'era, del mare, e far, notando,
pruova o di ricondursi ond'era tolto,
o d'affogarsi.
E questi eran color che combattendo
non fûr di sangue a la lor patria avari;
e quei che sacerdoti erano in vita
castamente vissuti, e quei veraci
e quei pii c'han di qua parlato o scritto
cose degne di Febo, e gl'inventori
de l'arti, ond'è gentile il mondo e bello;
e quei che ben oprando han tra' mortali
fatto di fama e di memoria acquisto;
cui tutti, in segno di celeste onore,
candida benda il fronte orna e colora.
E quei che senza numero confusi
giacean nel campo, senza onore a mucchi
furon combusti: onde i villaggi insieme
e le campagne di funesti incendi
lucean per tutto.
Questo mio core
è spregiatore, è spregiatore anch'egli
di questa vita, e degnamente spesa
la tiene allor che gloria se ne merchi,
e quel che cerchi, ed a me nieghi, onore».
Dèstati, de la dea pregiato figlio;
e come pria vedrai cader le stelle,
porgi solennemente a la gran Giuno
preghiere e vóti; e supplicando vinci
de l'inimica dea l'ira e l'orgoglio;
ed a me, poi che vincitor sarai,
paga il dovuto onore.
Quel dí per avventura di lontano
lungo il fiume venia tra l'ombre e l'onde,
da la sete schermendosi e dal caldo;
quando d'Ascanio l'arrabbiate cagne
gli s'avventaro; ed esso a farsi inteso
d'un tale onore e di tal preda acquisto,
diede a l'arco di piglio, e saettollo.
Il primo giorno
fu questo, e questa fu la prima origine
di tutti i mali, e de la morte alfine
de la Regina; a cui poscia non calse
né de l'indegnità, né de l'onore,
né de la secretezza.
A cotal dir tutti insorgendo, a gara
steser le braccia, ed inarcaro i dorsi,
e fêr per avanzarsi estremo sforzo.
E per onore a l'ombra
de l'amico, e per vittima al grand'Orco,
molti giovini avea già destinati
vivi sacrificar sopra il suo rogo;
e di già ne facea quattro d'Ufente
addur legati, e quattro di Sulmona.
Eran già tutti
quinci i Latini e quindi i Teucri a fronte,
e tra lor mescolati Asila e Memmo,
e Seresto e Messapo, e le falangi
degli Arcadi e de' Toschi, ognun per sé,
e tutti insieme con estrema possa,
con estremo valor senza riposo
facean mortale e sanguinosa mischia.
Diè lor fortuna il desïato onore:
ché, mentre furïoso oltre si spinge
Sergesto, e con la prora arditamente
rade la ripa, ebbe il meschino intoppo,
urtando de lo scoglio in una roccia
che nel mar si sporgea.
Turno, che in questo mezzo combattendo
rimaso era del campo in su l'estremo
incontro a pochi, e quelli anco dispersi,
già scemo di vigore, e trasportato
da' suoi cavalli, che ritrosi e stanchi
ognor piú se n'andavano lontani,
in sé confuso e dubbio se ne stava.
LIBRO SETTIMO Ed ancor tu, d'Enea fida nutrice
Caieta, ai nostri liti eterna fama
desti morendo; ed essi anco a te diêro
sede onorata, se d'onore a' morti
è d'aver l'ossa consecrate e 'l nome
ne la famosa Esperia.
E fin qui detto,
si spinse avanti; e quell'ara mostrogli,
e quella porta che fu poi di Roma,
Carmental detta, onore e ricordanza
de la ninfa indovina, ch'anzi a tutti
del Pallantèo predisse e de' Romani
la futura grandezza.
Questo è 'l dono estremo
che da lui per tuo mezzo agogna e brama
questa tua miserabile sorella:
e se tu lo m'impetri, altro che morte
forza non avrà mai ch'io me n'oblii».
Eurïalo a tal dire
stupissi in prima; indi d'amore acceso
di tanta lode, al suo diletto amico
cosí rispose: «Adunque ne l'imprese
di momento e d'onore io da te, Niso,
son cosí rifiutato? E te poss'io
lassar sí solo a sí gran rischio andare?
A me non diè questa creanza Ofelte
mio genitore, il cui valor mostrossi
ne gli affanni di Troia, e nel terrore
de l'argolica guerra.
Eolo è suo re, ch'ivi in un antro immenso
le sonore tempeste e i tempestosi
vènti, sí com'è d'uopo, affrena e regge.
Nel lito estremo
de l'Oceàn, là dove il sol si corca,
de l'Etïopia a l'ultimo confino,
e presso a dove Atlante il ciel sostiene,
giace un paese, ond'ora è qui venuta
una sacerdotessa incantatrice,
che, massíla di gente, è stata poi
del tempio de l'Espèridi ministra,
e del drago nudrice, e de le piante
del pomo d'oro guardïana un tempo.
O qual cittade,
qual imperio fia questo ! Quanto onore,
quanto pro, quanta gloria a questo regno
ne verrà, quando ei teco, e l'armi sue
saran giunte a le nostre! Or via, sorella,
porgi preci a gli dèi, fa' vezzi a lui,
assecuralo, onoralo, intrattienlo:
ché 'l crudo verno, il tempestoso mare,
il piovoso Orïone, i vènti, il cielo,
le sconquassate navi in ciò ne dànno
mille scuse di mora e di ritegno».
E l'una indosso
gli pose, e l'altra in capo, ultimo onore
con che dolente la dorata chioma
allor velogli, ch'era additta al foco.
Ed io da qual sia fonte
che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce
(poiché tanta di me pietà ti stringe)
sempre t'onorerò, sempre di doni
ti sarò largo.
Dicon che quando a navigar costretto
Enea primieramente i suoi navili
a formar cominciò nel bosco idèo:
d'Ida, di Berecinto e degli dèi
la madre, al sommo Giove orando, disse:
«Figlio, che sei per me de l'universo
monarca eterno, a me tua cara madre
fa quel ch'io chieggio, e tu mi devi, onore.
Or al vantaggio
rinunzia de la fuga e meco a piede
prendi zuffa del pari; e poi vedrassi
a cui questa ventosa tua bravura
onore acquisti».
Questo con molto studio, e molt'onore
fu mai sempre da lei di bianchi velli
e di festiva fronde ornato e cinto.
D'un tanto dono Enea, d'un tale onore
lieto, e non sazio di vederlo, il mira,
l'ammira e 'l tratta.
Or, per contarvi
qual di Prïamo fosse il fato estremo,
egli, poscia che presa, arsa e disfatta
vide la sua cittade, e i Greci in mezzo
ai suoi piú cari e piú riposti alberghi;
ancor che vèglio e debole e tremante,
l'armi, che di gran tempo avea dismesse,
addur si fece; e d'esse inutilmente
gravò gli omeri e 'l fianco; e come a morte
devoto, ove piú folti e piú feroci
vide i nemici, incontr' a lor si mosse.
Lieto d'un tanto onore, e consolato
da tale annunzio, il travagliato spirto
restò contento ed appagato in parte.
Ma poscia che di sangue e di pallore
lo vide asperso e della morte in preda,
ne gl'increbbe e ne pianse; e di paterna
pietà quasi un'imago avanti agli occhi
veder gli parve, e 'ntenerito il core,
stese la destra e sollevollo e disse:
«Miserabil fanciullo! e quale aíta,
quale il pietoso Enea può farti onore
degno de le tue lodi e del presagio
che n'hai dato di te? L'armi, che tanto
ti son piaciute, a te lascio, e 'l tuo corpo
a la cura de' tuoi, se di ciò cura
ha pur l'empio tuo padre, acciò di tomba
e d'esequie t'onori.
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