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NON CI RESTA CHE PIANGERE










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TEXT CACHED

Non metto in dubbio il genio comico teatrale dell’attore e regista , ma non vi pare che si esageri nell’idolatria per questo personaggio?A me piaceva tanto il Beningni di Non ci resta che piangere o del Piccolo diavolo o La Vita è bella.
L@R@dice :: Non ci resta che piangere :: November :: 2005
Ma come non gioire nel vedere quanto erano contenti ieri alla premiazione del Roberto nazionale (ma non bipartisan) ? L’ha fatto Benigni allora è una genialata, lo avesse fatto qualche altro lo avrebbero arrestato per vilipendio al capo dello stato.



valutazione:
contenuti: non ci resta che piangere




TEXT CACHED
Non ci resta che piangere un particolarissimo film del 1984 che vede impegnata, come coautori e co-registi l'inedita coppia Massimo Troisi - Roberto Benigni.
Dallo spunto il film comunque prende corpo, quasi come per gioco e riscuote subito un enorme successo di pubblico, nonostante la critica lo faccia a pezzi soprattutto per una regia arraffazzonata e ben poco convincente.
La struttura diversa dai film precedenti: non c'è un lui, una lei ed una classica storia d'amore, se si esclude la breve parentesi del flirt di Pia e Mario, nella prima versione, e di Astiaha e Mario nella seconda.
In "Non ci resta che piangere" si fatto uso di steadycam, di gru (sia fisse che semovibili), ma soprattutto di dolly, visto che ci sono molte riprese dal basso verso l'alto e viceversa, e la piattaforma del dolly risultata necessaria.
Il gioco di buio-luce nella primissima parte del film quando Mario e Saverio si rifugiano durante un temporale in una locanda, ma sarà presente anche nelle successive sequenze.
In "Non ci resta che piangere", che sembra riportarci quasi al vecchio teatro fotografato, assumono notevole importanza, elementi come la fotografia e la regia, forse un po' a discapito del montaggio ed appunto ai m.
E' interessante notare, in questo film, una certa maturazione ed un'evoluzione tecnica di Massimo Troisi, che da un tipo di regia piuttosto statica, passa ad un tipo di direzione più articolata, con evidente cambiamento anche dell'uso dei m.
Abbiamo diverse inquadrature dall'alto verso il basso (per esempio, all'inizio del film, quando muore Remigio, fratello minore di Vitellozzo, viene inquadrato dalla finestra verso il basso il cavaliere nero che l'ha assassinato) e viceversa, dal basso verso l'alto, ancora un esempio: quando, disperati per la scoperta fatta, incontrano Vitellozzo con il suo carro, che si ferma, li guarda e li fa salire per un passaggio.
Tutto il film scorre infatti su dei binari piuttosto tranquilli, nonostante la trama movimentata; nel complesso si tratta di un film piuttosto "fermo".
L'importanza del film, oltre che nei codici visivi, risiede naturalmente nei codici comunicativi sonori.
L'altra, l'abbiamo verso la fine quando i due eroi del film scoprono che Cristoforo Colombo salpato.
Per quanto riguarda il ritmo del film, c'è da dire che la staticità iniziale, sia tecnica che recitativa, si traduce in un leggero aumento di azione verso la metà e soprattutto verso la fine del film.
Certo che Non ci resta che piangere un film di mercato, creato per l'industria cinematografica, ma ciò non toglie che sia un buon film.
Comunque, anche nelle scene di esterni, l'illuminazione sempre discreta, tranquilla, non ci troviamo mai di fronte a luci o colori troppo violenti, ma a toni tenui, piuttosto neutri, che evidenziano il periodo storico del film.
Massimo Troisi infatti, un grosso rappresentante della commedia basata sulla fisicità: lo spettatore vuole proprio la sua presenza fisica, che, come sempre, anche in questo film in maniera molto marcata, il suo volto super-espressivo, le sue mani in continuo movimento dietro la nuca a giocare con una ciocca ribelle o a gesticolare, la sua voce tremula, dai ritmi.
L'ironia, appunto, un altro ingrediente presente nei film di Massimo Troisi: a questo proposito mi viene in mente, uno per tutti, un flash comico ed ironico allo stesso tempo: quello dell' innervosimento di Saverio quando Parisina, ad ogni piacere che riceveva dal suddetto Saverio, rispondeva inevitabilmente: ".
sono i segni di punteggiatura del film e consentono di mutare inquadratura senza ricorrere al taglio.
Come regista Massimo Troisi stato molto presente, ha presieduto ad ogni momento della costruzione del film, ha collaborato alla sceneggiatura, ha scelto gli attori (molti rientrano nella sua solita squadra) compatibilmente alle esigenze della produzione, ha diretto le riprese, selezionato con la collaborazione del capo operatore le inquadrature più valide ed ha effettuato alla moviola con Nino Baragli il montaggio, scegliendo tra le varie riprese ed inquadrature quelle ritenute migliori.
Riportiamo qui di seguito le due lettere tratte dalle rispettive sceneggiature dei film per un confronto, ma prima sarà meglio ricordare ancora una volta, che in questo film, come in tutto quanto il cinema troisiano, c'è una continua fusione tra antico e nuovo, il rincorrersi della.
Il ritmo e l'andamento del film in sintesi ampio e lento, con scene lunghe (nonostante risolte in ogni particolare), con paesaggi ed ambienti distesi e con un materiale visivo solido e consistente.
Da tutti questi ingredienti e trovate inusuali, esce fuori un film estremamente piacevole ed a tratti letteralmente esilarante.
In "Ricomincio da tre" e in "Scusate il ritardo" c'è un certo disagio del protagonista dovuto alla presenze di donne "troppo intelligenti", in "Le vie del Signore sono finite" all'amata-intellettuale si aggiungerà l' amico-poeta, ma in "Non ci resta che piangere" l'argomento diviene quasi centrale.
Per concludere nel film la comicità impacciata e genuina di Massimo si accosta, senza contrapporsi, a quella più sfrenata di Roberto.
Per quanto riguarda l'illuminazione c'è in tutto il film un ricorrente contrasto di buio e luce, ci sono dei bei giochi di chiaro scuro degli effetti di quadro in penombra e degli interni molto oscurati che fanno estremamente risaltare gli esterni.
In finale, "Non ci resta che piangere" un film divertente, "teatrale", semplice, profondo e soprattutto divagante attorno all'emozioni dell'animo umano.
Già, perché forse non tutti sanno che il film stato presentato al pubblico in una versione che non l'unica.
La struttura del film quindi, molto particolare, lineare, ma in realtà chiusa, a cerchio, dove il finale si ricongiunge quasi con l'inizio.
Questo film si presenta ibrido, senza né capo né coda, (come disse recentemente Troisi a Benigni a Cinecittà, esprimendogli il desiderio di voler fare qualcos'altro con lui).
Anche le dissolvenze, ossia quasi l'intersezione, lo sfumarsi di un'immagine nella successiva, sono poco usate in questo film.
Michele Anselmi (in PAESE SERA del 21/12/1984) ha detto che il film un pretesto per collaudare un nuovo tandem comico, che la sceneggiatura imprecisa, zoppicante e confusa, e che i due potrebbero deludere le aspettative del pubblico.
Passiamo ora alle analisi delle inquadrature: prima di tutto, in "Non ci resta che piangere" ci sono molti fermo immagine, anche se meno che nei precedenti film.
Nella forma Non ci resta che piangere si presenta comico, ma nel profondo ci sono i tratti malinconici che troviamo, nell'affrontare il tragico quotidiano, nella maggior parte degli altri film di Troisi.
La funzione della fotografia stata a lungo sottovalutata nella realizzazione di un film, in special modo finché sono state in auge le teorie del "montaggio sovrano" e la suddetta fotografia veniva considerata quasi solo una bella cornice figurativa del film.
Tesi di Laurea su Massimo Troisi di Claudia Verardi
Pia, come figura femminile del film, poco invadente, molto discreta, si differenzia un po' dai personaggi femminili degli altri film, anche se comunque Troisi, essendo forse un pochino egocentrico, ha sempre puntato su ruoli maschili, caratterizzandoli molto di più che non quelli femminili.
"Non ci resta che piangere" dicevamo, un film semplice, ma gustosissimo, denso di trovate divertenti.
Non ci resta che piangere un film visto quasi come momento di riflessione: dopo l'enorme successo del primo e le considerazioni su se stesso e sul proprio lavoro messe in gioco nel secondo, Troisi ha bisogno di fermarsi un attimo in quel senso e cambiare registro.
Un punto cardine del film costituito dall'angoscia e dal tormento che Saverio sente per la sorella Gabriellina, afflitta da una vita sentimentale deludente.
Passando all'analisi tecnica del film, iniziamo col parlare della struttura, di questo film, che "somiglia" piu' a Benigni che non a Troisi.
Al contrario di molti altri elementi di questo film, l'angolo di ripresa (che definisce l'angolazione da cui il soggetto viene ripreso), abbastanza mobile.
All'inizio del film, proprio nella primissima parte, quando Mario e Saverio sono ancora in macchina, l'inquadratura ovviamente, M.
Il fatto linguistico, il linguaggio usato in "Non ci resta che piangere", come in tutti i film di Troisi, un elemento primario.
Ma come abbiamo già visto serpeggia, per tutto il film, un vago senso di disagio latente, soprattutto nella parte centrale dove ci sarà un episodio di amicizia tradita.
In "Non ci resta che piangere", Troisi il tipico "anti-eroe", che subisce in qualche modo le situazioni inserendosi bene in questa generazione di comici, tutti a modo loro, un po' anti-eroi.
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La fotografia di Giuseppe Rotunno, già direttore della fotografia in film che hanno fatto la storia del cinema, come il Gattopardo (Luchino Visconti, 1963), Amarcord (Federico Fellini, 1973), e film di Robert Altman e Bob Fosse.
Il personaggio, con il suo tipo di recitazione, mimica usata, costumi, scenografia e ambiente in cui inquadrato, riveste naturalmente un ruolo di estrema importanza in ogni film.
Evidentemente Troisi non ha voluto proseguire la strada intrapresa con gli altri film precedenti, dove il finale a struttura aperta prevedeva un nebbioso happy end.
I suoni, le voci, la colonna sonora, i rumori sono tutti elementi molto rutilanti ed esuberanti in questo film.
Per Troisi questo film rappresenta un momento di stasi idealista: può uscire un po' fuori dal suo genere e non essere necessariamente costretto a dire la sua.
Passiamo al soggetto, che parte da un' idea originale dei due autori e si rifà ad un preciso momento storico: il 1492, per cui il film è permeato da un'influenza storica e da riferimenti costanti.
In questo film troviamo un "viaggio nel viaggio": i due infatti, partono verso Palos per fermare Cristoforo Colombo.
I costumi sono stati riprodotti in maniera piuttosto fedele a quelli dell'epoca, tutto il film in costume, tranne la parte iniziale in cui Benigni e Troisi sono ancora in abiti moderni.
Laddove Benigni immerso nelle sue idee e porta avanti, nel corso del film, l'amore per l'impegno e per le sue ideologie, Troisi ricerca l'immediatezza e la spontaneità.
In "Non ci resta che piangere" non sono pochi i retaggi comici, presi a prestito dai grandi del passato, come nel caso della lettera scritta dai nostri al Savanarola, dove palese e quasi scontato il riferimento alla lettera scritta da Totò e Peppino De Filippo in "Totò, Peppino e la malafemmina" del 1956 (regia di Camillo Mastrocinque).
Il film nasce da un'idea degli stessi autori, avuta in seguito ad una riflessione comune: "A chi non piacerebbe trovarsi catapultato indietro nel tempo?" - come risponde lo stesso Troisi - "A tutti quanti!", Troisi continua: "Abbiamo scelto di fare un film che ha per tema un viaggio nel passato perché, a quale giovane, specie della nostra generazione, non mai capitato neanche per un attimo di trovarsi nel 1400? A tutti anche a noi.
I movimenti di macchina sono importantissimi per il significato e lo svolgimento del film come anche l'obiettivo della m.
Una delle sequenze più divertenti e memorabili di "Non ci resta che piangere", rimane quella dell'incontro con Leonardo da Vinci, a cui i due cercheranno di anticipare alcune delle invenzioni dei secoli successivi.
Più che di dissolvenze si tratta, in questo film, di accostamenti normali di montaggio del "tagliare -incollare" come si dice in gergo.
Rotunno ha saputo veramente trasformare cinematograficamente le suggestioni pittoriche provenienti dalla sceneggiatura di Non ci resta che piangere.
Nino Baragli, assieme ai due registi, in questo film ha dato molti tagli, anche non previsti dalla sceneggiatura.
Ed allora la volontà di costruire un film economicamente competitivo, si concretizza anche nel fatto di essere in prima linea e fare film per il mercato.
Tesi su Massimo Troisi: Non ci resta che piangere.
Sulla regia di Non ci resta che piangere stato detto tanto di negativo, ma a chi ha criticato il suo modo di dirigere un film, Troisi ha risposto dimostrando poco interesse per le rappresentazioni imponenti.
Il vero vincitore, in finale solo Leonardo con la sua invenzione; la sua presenza tra l'altro, molto interessante, perché rimette in gioco i discorsi sulla cultura e sul sapere e afferma, come interpretazione più probabile del testo filmico, il divertimento, l'amicizia ed il godimento della favola e del sogno.



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