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Insomma, questo amore sfrenato degli americani per il loro sport nazionale ha prodotto, tra l’altro, un film piacevole come L’uomo dei sogni.
L’odore che emana dal diamante è assieme qualcosa di eroico e fanciullesco: nel film di Robinson attorno a un campo da baseball si danno convegno interesse economico e letteratura, politica e medicina, sognatori e miscredenti, innamorati e delusi.
Dopotutto quest’ultimo film con Banfi risulta il meno pretestuoso, con qualche chicca di sano burlesco (Canà che s’incazza alla Domenica Sportiva e dichiara: De Sisti.
Huston nel suo film ha tentato di dare un’immagine finalmente epica del pallone, ha girato – in fondo – un film sul calcio al modo in cui un americano avrebbe girato un film sul baseball.
C’è una sequenza molto suggestiva del film in cui Shoeless Joe Jackson (Ray Liotta) invita lo scrittore Terence Mann (James Earl Jones), la cui vena è ormai esaurita, a seguirlo al di là dei limiti del diamante.
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L’uomo dei sogni qualcuno mette tutto a repentaglio, mette in gioco un’intera esistenza per perseguire un obiettivo il cui carattere fondamentale è la purezza.
Su questo campo estraniante e fascinoso, costruito dietro consiglio di una voce carica di mistero, Ray Kinsella (Kevin Costner) assisterà al ritorno del padre scomparso: con lui torneranno i sogni, il vigore e le speranze del tempo perduto.
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Resta il fatto, però, che almeno nelle intenzioni l’unico film importante sul calcio l’hanno fatto gli americani, Fuga per la vittoria (USA, 1981), artefice John Huston e un cast di livello assoluto (Stallone compreso, che nella parte del ragazzone a stelle e strisce tonto e manesco era perfetto).
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di Fabrizio Patriarca
Anche lo spettatore più casuale e distratto de L’uomo dei sogni (USA, 1989), di Phil Alden Robinson, non può mancare di riconoscere un fatto a tutta prima inquietante: per questi americani orgogliosi, malnutriti, culturalmente giovani e giovanissimi, il baseball riassume definitivamente l’universo.
Nel film, chi transita per quel campo viene subito toccato da una qualche grazia, il gioco stesso è trasfigurato (non si vedrà mai giocare una vera partita): da occasione di gloria e di vittoria sublima in possibilità di riscatto e salvezza.
Il campo da baseball è ormai un archetipo della loro cultura, così nitido e irrinunciabile che nei loro film di fantascienza preferiscono immaginare una società meno democratica piuttosto che una società in cui non si giochi a baseball, o una sua variante, per quanto bizzarra e magari aliena.
Per questo un film del genere sul calcio non lo vedremo mai: bisognerebbe perdere un poco di malizia e abbracciare – orrore! – un po’ di sana ingenuità americana, che non significa lasciare tagliolini e chianti per avventarsi su hamburger e coca, ma riconsiderare, almeno in sede creativa, il potenziale degli ideali.
Esempi clamorosi di quest’affezione per il diamante e tutto ciò che può contenere fioriscono in continuazione, e basta citarne qualcuno alla rinfusa: il capitano Benjamin Sisko di Star Trek Deep Space Nine è un accanito cultore di baseball; in una nota pubblicità di gomme da masticare un ragazzo brandisce la sua mazza per respingere un asteroide; in Codice d’onore (USA, 1992), di Rob Reiner, l’avvocato Tom Cruise non riesce a ragionare se non passeggia per la stanza assieme al suo oggetto/totem, di nuovo una mazza da baseball; uno spot recentissimo della Playstation cita addirittura il finale de
L’uomo dei sogni, con la scena del serpente di automobili che avanza nella notte per raggiungere il campo; in una scena memorabile de Gli intoccabili (USA, 1987), di Brian de Palma, Al Capone (un obeso e arrogante Robert De Niro) disserta di baseball descrivendolo come illuminante paradigma dell’esistenza, poi adopera la mazza per assassinare uno dei suoi luogotenenti.
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