Il ritorno in grande stile al Piacere non soddisfa più di tanto Andrea: donne, bella vita, Roma, Londra e Parigi, gli lasciano ora un senso di vuoto e di nausea; ciononostante non riesce a distaccarsene.
Come leggere «Il piacere» di Gabriele D'Annunzio Roberto ; Mursia (Gruppo Editoriale) € 9,50.
Quindi, inaugurando con Il Piacere un tipo di prosa introspettiva - psicologica che conoscerà in seguito notevoli favori, tenta di scandagliare le complicazioni e le deviazioni della vita mondana e amorosa del protagonista «ultimo discendente d'una razza intellettuale», educato dal padre a costruire la propria esistenza come «un'opera d'arte».
E PUNTO DI VISTA
Nel Piacere, d’Annunzio delega il compito di raccontare gran parte della vicenda a un narratore in terza persona singolare, inoltre, nel capitolo quarto del libro secondo, il narratore a sua volta lascia che parte della vicenda venga appresa mediante il diario di un personaggio.
Non la Roma classica «dei Cesari, … degli Archi, delle Terme, dei Fori» - che al tempo de Il Piacere aveva il suo vate in Carducci- ma la Roma tardo-rinascimentale e barocca «delle Ville, delle Fontane, delle Chiese» era il grande amore di Andrea Sperelli.
Ricco di risvolti autobiografici è il suo primo romanzo il piacere(1889), che si colloca al vertice di questa mondana ed estetizzante giovinezza romana.
Gettatosi a capofitto nel “Piacere”, non riesce a stordirsi a sufficienza, non tanto da dimenticare l’amata, delle cui seconde nozze gli giunge intanto notizia.
Così come quasi un secolo prima l'eroe dalle passioni sconvolgenti e assolute Jacopo Ortis aveva diffuso la cultura e la sensibilità romantica in Italia, ora il protagonista del Piacere, Andrea Sperelli, si fa propulsore e mediatore della tendenza più recente e raffinata della cultura decadente europea, l'estetismo.
Immerso nella contemplazione e nello studio, fra gli altri, dei libri sacri indiani, si purifica, rinnegando la vita precedente, il piacere, il desiderio e gettandosi nuovamente nella fatica-ebbrezza della composizione.
IL PIACERE
IL PIACERE
di Gabriele d’Annunzio
AUTORE
Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da famiglia borghese, che vive grazie alla ricca eredità dello zio Antonio D'annunzio.
Il narratore è solito intrecciare i piani temporali, tagliando e saldando a suo piacere momenti diversi, anche attraverso ellissi che provvede poi a integrare mediante il ricorso a più o meno diffusi flashback.
valutazione: contenuti: il piacere
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La collana pubblicata dalla Guerra Edizioni Quaderni di cinema italiano per stranieri è nata proprio con l’obiettivo di preparare alla visione di film attraverso dei librettini monografici in cui viene proposta una selezione di scene da analizzare in classe e una serie di attività relative ai punti che abbiamo visto prima: introdurre alla storia, stimolare la curiosità, agevolare la comprensione.
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Apprendere attraverso il cinemaSeminario Polonia 23-25 settembre 2005Perché guardare un film in classe? Come nel caso del testo letterario il piacere è la parola chiave: piacere della lettura o piacere della visione che significano identificazione, evasione, riflessione, coinvolgimento della sfera emotiva.
Durante il seminario abbiamo ripercorso alcune delle scene più belle del cinema italiano tratte dal film Il Gattopardo e analizzato le attività proposte dal libretto omonimo della collana Quaderni di cinema italiano per stranieri.
Stimolare la curiositàAttraverso aneddoti, storie, episodi legati al film, agli attori, alla rappresentazione o utilizzando alcune scene del film stesso, selezionate accuratamente per motivare alla visione.
E la componente emotiva è un fattore primario nel processo di apprendimento in quanto strettamente connesso con il piacere e la motivazione.
Come abbiamo visto precedentemente, il piacere costituisce un momento fondamentale nel processo di apprendimento in quanto composto da motivazione (desiderio) seguito dal successo (soddisfacimento del desiderio) che porta a sua volta a un ulteriore piacere.
Film difficile per il contenuto storico e psicologico oltre che per la struttura narrativa del film (sicuramente le tecniche utilizzate dal regista Visconti sono ben diverse dalle tecniche cinematografiche di un regista contemporaneo a cui i nostri studenti sono abituati!).
Rispetto al testo un film si differenzia nel mezzo della comunicazione: MultimedialitàNon più il linguaggio scritto ma il linguaggio orale associato alla componente visiva.
Agevolare la comprensioneLavorare sulla lingua del film attraverso la visione di alcune scene opportunamente selezionate che costituiscono i punti cruciali del film: di difficile comprensione o fondamentali per seguire la storia nel suo complesso.
EmozioniCome per un testo letterario, il film si pone come obiettivo quello di provocare emozioni nel destinatario.
Di solito quando viene proposto un film in classe la reazione generale è:troppo difficile!!!alcuni commenti comuni tra gli studenti: gli attori parlano troppo velocemente, usano il dialetto, parlano troppo a bassa voce, parlano tutti insieme, l’audio non è buono…La motivazione cala e la possibilità di successo è nulla, il risultato è un senso generale di frustrazione e demotivazione, a volte accompagnata dall’idea di abbandonare lo studio della lingua SHAPE \* MERGEFORMAT Una possibile soluzione a questo problema è quella di:Preparare alla visione del filmIntrodurre alla storiaCome per il testo letterario si può dedicare la prima fase all’avvicinamento graduale attraverso attività che hanno come obiettivo quello di creare i presupposti emotivi e cognitivi necessari alla comprensione del testo.
Selezionare le sceneQuesta è sicuramente l’operazione più complessa e laboriosa per un insegnante, in quanto si tratta di rivedere il film decine di volte, il che a volte mal si combina con lo scarso tempo a disposizione e la mole di lavoro.
Illustrare agli studenti il contesto storico, ripercorrere le dinamiche psicologiche che ritroveranno nel film attraverso testi o attività più semplici, accennare alle tecniche cinematografiche del regista sono operazioni che sicuramente faciliteranno la comprensione.
valutazione: contenuti: il piacere
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Bisogna riconoscere che c’è un uso distruttivo del piacere, una ricerca fanatica dietro alle gioie più grandi, che esaspera in modo antivitale ciò che in principio costituisce la più certa e coerente affermazione della vita.
Infatti il piacere non è un mezzo strumentale per raggiungere e non è neanche un fine in se stesso, ma è la piacevole evaporazione della distinzione fra fine e mezzo, senza un prima né un dopo.
Oppure, ed è poi la stessa cosa, che spaventa perché attrae e repelle allo stesso tempo: in questo consiste la seduzione di ciò che ripugna, di ciò che promette un piacere che dissolverà il nostro essere.
Il sano edonista può morire di piacere, ma non pretende mai che sia la morte a spedire il certificato inconfutabile del suo profondo godimento.
Il piacere è sempre differito ed etichettato; dobbiamo soddisfarci con la marca di un prodotto e trasformare la cieca obnubilazione fruitiva in logotipo.
Affinché il piacere ci sembri culturalmente accettabile deve essere più difficile, deve ascendere dal piano del meramente percepito al nobile livello del pensiero…Naturalmente, la funzione dei nostri strumenti culturali – artistici o tecnologici, dalla pittura impressionista e dal bel canto fino alla vasca idromassaggio – per propiziarsi ed esplorare nuove possibili voluttuosità, mi sembra una delle più suggestive.
Quello che il piacere fa scoprire è che sotto la vita – dentro la vita stessa – c’è altra vita, anche se non esiste una vita oltre la vita: l’avventura non è la durata, ma l’intensità (anche se non vi è niente di male nel prolungarla il più possibile per non lasciare inesplorati angoli delicatamente intensi che sfuggono all’impetuoso neofita del piacere).
Ieri si denigrava il piacere sottolineando l’obbrobrio della sua dimensione innegabilmente tragica, oggi lo si denigra facendo sparire o truccando con un imbroglio la potenzialità tragica che senza dubbio racchiude.
L’etica si occupa della dipendenza reciproca fra esseri umani, e il piacere, anche se nella maggioranza dei casi deriva dal contatto o dalla relazione con i nostri simili, sembra renderci momentaneamente ma efficacemente indipendenti da loro.
Soprattutto, il piacere vuole un nutrimento carnale, si nega alla rinuncia e per questo tende alla ribellione: perché obbedire è sempre anche rinunciare.
Il piacere non ripaga per un breve tempo – come temono i razionali – né fuori dal tempo, come suppongono alcuni romantici idealisti, bensì contro il tempo, contro il calcolo che sottomette il presente all’ammonizione preventiva del futuro o al castigo del passato.
Fernando Savater
L’“abuso” non sarà in molti casi la semplice capacità di godere messa in pratica, così come la vede chi le resiste? Qui potremmo ricordare la definizione che nel suo “Dizionario del Diavolo” il sarcastico Ambrose Bierce propone per la parola “astemio”: “Persona dal carattere debole, che cede alla tentazione di privarsi di un piacere”.
Inoltre, non mancano le correnti neopuritane, dissimulate come massimizzazione forzata della necessità di “essere in forma” per aumentare il piacere: ad esempio, la tirannia medica della salute e l’obbligo di restare sempre giovani, con la minaccia di essere malati e colpevoli di esserlo.
Per questo continuo a pensare che non sia per niente ozioso eccedere ogni tanto dalla prospettiva di un’etica transmorale nell’elogio del piacere come scelta vitale, e non smetterò mai di ricordare con sorpreso affetto l’immorale Atalarico.
Le scaramanzie linguistiche che di solito accompagnano la parola “piacere” per evitare la vertigine scandalosa provata nel pronunciarla sono svariate: semplici piaceri, piaceri innocenti, perfino onesti piaceri…Il piacere selvatico, senza aggiunte, a quanto pare ha sempre in sé qualcosa di colpevole e indecente, che aumenta, quando si esaspera, il suo effetto tossico attraverso probabilmente contro natura.
Nel piacere mai raccomandato e sempre cercato gli individui si sono ribellati contro il malessere collettivo delle loro culture.
Anche adesso, quando sento la parola “piacere”, sempre un po’ scandalosa, per prima cosa penso all’Atalarico da Gide, non al discreto e moderato Epicuro o a Montaigne.
Il momento del piacere è antitemporale, perché immunizza perentoriamente contro le ricompense o i castighi dell’avvenire, mentre ci identifica con quello che è sempre stato, con un passato che immancabilmente si attualizza.
Adamo ed Eva non furono cacciati dal paradiso per aver obbedito al serpente e averlo confuso con una delle voci di Dio, ma per averlo creduto un farmacista che gli offriva il rimedio contro la malattia del non essere Dio… Ma torniamo ancora ai rimproveri puritani nei confronti dell'abbandono al piacere, oltremodo evidenti nel caso che più turba - más-turba – di Atalarico, che tanto mi colpì in illo tempore, al punto che non ero capace di dimenticarli né di superarli (anche se li assunsi allora e li accetto adesso come il volto della vera voluttuosità davanti a ciò che non la riguarda): immaturità, ribellione, rozzezza incolta, abuso e morte prematura.
”(Par, VIII, 52-54) Qualche sbadato potrebbe obiettare ora che qualsiasi difesa e spiegazione del piacere è oziosa nella nostra epoca, dato che l’aria che tira oggi non ha niente a che vedere con quella puritana dell’infanzia di André Gide o della mia, durante il franchismo.
Durante il piacere non abbiamo bisogno di niente e nessuno –al momento! – e questa effimera autosufficienza che sospende l’umiliante sovranità delle necessità ci esclude dall’etica che appunto pretende di negoziare con esse.
Da dove proviene la cattiva fama morale del piacere? Poiché di certo è sempre stato più facile ottenere l’approvazione morale, anche solo condizionale, per chi ha fatto soffrire gli altri (grandi leader politici o religiosi, tirannici promotori di imprese tanto straordinarie quanto faticose, capitani dell’umanità) che per coloro che si sono dedicati a cercare senza impedimenti il proprio piacere.
E non indietreggia di fronte alla dichiarazione più compromettente, che l’incivile Atalarico avrebbe sottoscritto e sbattuto in faccia al suo prudente precettore: “Perfino le minime occasioni di piacere che possono capitarmi, le afferro.
Chi soffre ha bisogno degli altri e anela alla compassione, all'aiuto e al conforto altrui: ma chi si dedica al piacere, mentre lo fa, sembra che diventi irraggiungibile e, anche quando in modo collaterale contagia con la sua gioia il suo prossimo o i suoi complici, si direbbe che è riuscito a mettersi in salvo da solo e chiede soltanto di essere lasciato in pace.
In un certo senso, ogni piacere profondo è una specie di piccola morte perché non concepisce un dopo.
In fondo c’è una specie di panico moralizzante – non voglio chiamarlo morale né moralista – davanti al piacere ottenuto e non meramente cercato o implorato, come se questo ci aiutasse in modo colpevole a trascurare gli altri.
L’abbandono al piacere è anch’esso un segnale, secondo i censori, di rozzezza incolta.
Cercare il piacere significa ribellarsi all’obbligo sociale, ormai radicato, di condividere i dolori che impone la lotta collettiva contro la necessità.
L’anteposizione stereotipata di ‘meritato’ e ‘sano’ sembra indicare che l’ozio (riposo) e il piacere (divertimento) sono, in se stessi, così come crescono nel campo, piante selvagge, erbacce dannose, e che devono essere sottoposte, rispettivamente, al trattamento per riacquistare il merito e la salute.
Perché in questa fantasia su Atalarico come epitome del piacere si ritrovano tutte le accuse che la sentenza del puritanesimo avanza contro la sua ansia immonda: immaturità, ribellione, rozzezza incolta, abuso e morte prematura.
Affinché l’ansia del piacere perpetuo fosse socialmente accettabile, fino a poco tempo fa, ci veniva raccomandato di andare in chiesa; ora, dobbiamo andare prima in ufficio, poi in un qualche negozio.
In un tale contesto, rivendicare il piacere come trasgressione equivarrebbe più o meno a usare un enorme ariete per buttare giù una porta spalancata… Personalmente, nessuno di questi clamorosi indizi mi convince del tutto.
Nell’impeto del piacere scompare qualsiasi indugio, e la pretesa di indugiare risulta come un’arroganza timorata.
Lo spasimo del piacere è alla portata di qualsiasi bestia vivente – tutti gli animali sono “rozzi materialisti” – ma noi umani abbiamo inventato il modo di stilizzare questa piacevole contorsione, traslandola dagli organi sensoriali alla rappresentazione intellettuale.